Urlante e recalcitrante, il cuoco condannato ad essere decapitato fu condotto nelle prigioni del castello dalle guardie di Re Kyrion. Mi sarebbe piaciuto descriverle come muscolose e aitanti, coraggiose e anche un po' fiere, ma la realtà è che gli anni di pace e prosperità nel regno di Anthelios le avevano rammollite alquanto.Il primo soldato, alto e mingherlino, teneva per un braccio il prigioniero che si dimenava, cercando di evitare calci e gomitate. La seconda guardia, tarchiata e corpulenta, lo trascinava per l'altro braccio con i goccioloni di sudore che gli cadevano dalla fronte. Se non fosse stato per la drammaticità dell'avvenimento, uno spettatore ingenuo sarebbe di certo scoppiato a ridere davanti al comico terzetto.
Arrivati davanti alla porta di quercia della cella più remota del castello, il ciccione cavò un grosso mazzo di chiavi dalla tasca e armeggiò per un momento con le chiavi, sbuffando ripetutamente. Poi soffiò sulla serratura, completamente intasata dalle ragnatele e dalla polvere, fece girare la chiave e finalmente spalancò il portone: la stanzetta era larga sì e no un metro e mezzo per due, invasa da insetti poco amichevoli e sporcizia, con una finestrella protetta da larghe sbarre di ferro. Le guardie gettarono dentro il povero cuoco, e poi richiusero con forza la porta (il cui legno spesso impediva alle urla disperate di penetrare all'esterno).
L'uomo gridò con quanto fiato aveva in gola, si gettò sulla porta, graffiò il legno con le unghie, supplicò piangendo nel buio della notte: ma non c'era nessuno a sentirlo, se non quel piccolo scarafaggio che lo osservò per un istante prima di infilarsi in un buco del pavimento. La mattina seguente, il cuoco era talmente esausto che si lasciò trascinare senza forze sul patibolo, davanti alla folla atterrita, nel bel mezzo della piazza principale.
Il Sovrano era al posto d'onore, ancora furente per il banchetto rovinato della sera precedente. Guardò il cuoco per un attimo con occhi di brace, poi sul suo viso si disegnò un sorriso crudele che diventò una vera e propria risata quando la testa insanguinata del cuoco rotolò giù dal patibolo. E nel silenzio della piazza, il suo ghigno si levò stridulo al cielo, tanto da far dubitare alcuni sudditi della sua sanità mentale.
